Letteratura italiana

Contro la gerarchia e il dominio – Andrea Staid

Titolo: Contro la gerarchia e il dominio
Autore: Andrea Staid

Editore: Meltemi editore

Genere: Saggio
Pagine: 89
Prezzo: 8,00€

Contro la gerarchia e il dominio” è un breve libro pubblicato da “Meltemi”, una casa editrice indipendente che si occupa principalmente di saggistica. L’autore, Andrea Staid, è un docente di Antropologia culturale e visuale presso la Naba e dirige per Meltemi la collana “Biblioteca/Antropologia”.

Ho accettato con grande entusiasmo di collaborare con questo editore per due ragioni: in primis perché credo che si debba riconoscere maggiore spazio ad un genere che, il più delle volte, è “snobbato” dai lettori più assidui e bistrattato da quelli occasionali; in secundis, perché ritengo che avvicinarsi a questa tipologia di libri sia, oggi, imprescindibile per avere fonti affidabili da cui reperire informazioni: siamo circondati da fake news “liquide”, che tramite il Web ed i Social, si diffondono velocemente; leggiamo articoli sprovvisti di bibliografia; commentiamo studi e ricerche di cui però non conosciamo le fonti originarie. Affidarsi a divulgatori esperti forse, è un modo più “faticoso”, ma di certo più attendibile e consapevole, per dotarci degli strumenti necessari per formulare opinioni sulla realtà che ci circonda.

Il libro di Andrea Staid è rivoluzionario. Tratta di “potere”, “economia” e “debito” e lo fa riscrivendo l’idea di Stato Moderno che abbiamo oggi: il modo in cui è organizzata la società occidentale è solo un’opzione tra le tante (anche se sembriamo ignorarlo o comunque non ricordarcelo!) e la crisi dello spazio politico-istituzionale che stiamo vivendo, è una palpabile testimonianza di quanto l’autore sostiene. Per provare a superare il periodo di decadenza che forma di Stato Sociale sta attraversando, secondo Staid, bisogna partire dalla polisemia del termine potere.

“Il potere politico è una necessità della vita sociale. (…) non è pensabile il sociale senza il politico. In altre parole, non ci sono società senza potere, ma ci sono diversi tipi di potere.
(pag. 32-33 “Contro la gerarchia e il dominio”).

“(…) il potere coercitivo che chiameremo dominio, cioè la relazione di comando-obbedienza, e il potere non coercitivo che non riconosce questa relazione di obbedienza e che è distribuito a tutta la comunità. Per questo esistono e sono esistite società senza Stato, senza dominio, a potere diffuso, ma non sono mai esistite, e mai potranno esistere, società prive di potere. “
(pag. 24-25 “Contro la gerarchia e il dominio”).

Studiare e comprendere la gestione del potere delle società senza Stato (senza, per questo, sentirci più evoluti di queste comunità, ma ripensando alla nostra società come una forma di organizzazione tra le tante) rappresenta, per l’autore, il punto di svolta per la rielaborazione della struttura politica del modello occidentale.

Chi sono queste società senza Stato? Sono società indivise, egualitarie, senza classi, che non prevedono organi separati di potere politico. La presenza di un capo non provoca una divisone del corpo sociale, dal momento che il suo potere dipende dal consensus omnium, che lo porta a cercare un consenso diffuso nella sua comunità e ad agire per manifestare continuamente l’innocenza della propria funzione.

“(…)le società primitive sono società senza organi di potere separati, ma non sono società senza potere, al contrario, rifiutando la separazione del potere dalla società, la tribù mantiene con il suo capo una relazione di debito. (…)
Il debito nelle società senza Stato è un contratto tra il capo e la sua tribù, il capo riceve gratificazioni che soddisfano il suo narcisismo, ma in cambio deve continuamente donare alla società. (…)
La relazione di potere esiste tra il capo e la tribù, ed è il debito che il leader deve pagare per rimanere tale.”
(pag. 78-79 “Contro la gerarchie ed il dominio”).

Il debito è, quindi, il modo in cui le società senza Stato risolvono il rapporto tra potere e società; ciò permette al capo tribù di essere considerato tale, senza che venga messa in atto alcuna separazione dei poteri.

La storia delle forme di Stato dell’Europa Occidentale ci insegna, però, che la separazione dei poteri è un principio irrinunciabile ed una necessaria garanzia di uguaglianza per i cittadini, dal momento che le esperienze opposte (di non separazione dei poteri) hanno portato, ad esempio, all’orrore dei totalitarismi. Oggi, la forma di Stato Sociale, nata dalle ceneri delle dittature, vive una grave contraddizione (non tanto diversa da quella che ha attraversato prima lo Stato Liberale, che ha tentato, a sua volta, di scongiurare un ritorno alla Monarchia Assoluta): l’affermazione di un principio di uguaglianza (formale, rafforzato ulteriormente da quello di uguaglianza sostanziale) che però, nei fatti, non è sufficiente a garantire ciò che si prefigge.

Sulla base di questa riflessione, ho posto ad Andrea Staid la seguente domanda:

D: Lei crede, quindi, alla luce di quello che le società senza Stato ci insegnano, che in Europa la separazione dei poteri si sia rivelata in realtà un modo di gestire il rapporto tra chi governa e chi è governato, deleterio per i cittadini? Secondo Lei, la forma di Stato Sociale sta vivendo solo un momento di crisi o possiamo asserire che abbia proprio fallito?
R: Io credo che il problema di fondo sia la l’impostazione gerarchica e statale della società. La strutturazione della separazione del corpo politico e sociale e quindi la nascita della delega con il passare dei secoli ha creato lo scollamento tra le persone e la politica, ha generato una sorta di addormentamento sociale.
Dal mio punto di vista la forma dello stato nazione e della democrazia della delega ha fallito quasi completamente, detto questo sono anche consapevole che non basta inneggiare a una democrazia diretta per risolvere i problemi di milioni di persone. Come scrivo nel libro non possiamo tirare il freno a mano della storia, ma guardare anche e non solo a queste società senza Stato per ripensarci e ricostituirci tramite una lunga e profonda mutazione culturale e politica, che deve partire proprio dalla decostruzione del potere-dominio, un ripensamento dell’economia della sovra-produzione e il ribaltamento del concetto di debito.

Nel saggio, troviamo un capitolo dedicato all’economia delle “società contro il lavoro” che propongono una visione antitetica a quella del lavoro salariato delle società statali, basate sulla sovra-produzione. Nelle società senza Stato non si vive per produrre, ma si produce per vivere e una volta superata la produzione necessaria si tende dunque all’arresto del lavoro-produzione.

Partendo da questo spunto, mi sono rivolta, nuovamente, all’autore.

D: Le società senza Stato rinunciano al surplus che fa parte della nostra quotidianità. Quindi, “produrre per vivere” è un modus vivendi che esclude, inevitabilmente, i comfort che il progresso tecnologico ha portato con sé? Oppure, secondo Lei, è possibile che mondi così diversi si influenzino? Cioè è possibile che le società senza Stato si avvicinino e facciano propri i prodotti, frutto del capitalismo delle società occidentali e, viceversa?

R: Sono un sostenitore dell’ibridazione e del meticciamento tra società diverse, ma non credo che il capitalismo verde sia una possibile soluzione. Dobbiamo pensare a un progresso che sappia fare i conti con l’esagerazione dei nostri standard di comfort che non sono sostenibili per la terra e per noi animali umani e non umani che la abitiamo. Tornare a pensare in modo sottoproduttivo dal mio punto di vista è una grande opportunità, abbiamo troppo e consumiamo troppo, non si tratta di far andare i condizionatori con il pannello solare, ma di ripensare alla coibentazione delle nostre case e ai nostri standard di vita, è importante riciclare ma ancora di più eliminare imballaggi inutili e sovra-consumo che caratterizza la nostra società contemporanea. Abbiamo molto da imparare dalle cosmovisioni indigene e per fortuna non solo l’unico a pensarla così ( Viveiros de Castro, Bruce Albert, Bruno Latour), quindi sì, ibridiamo le vedute, ma con una capacità critica sui nostri standard di vita.

D: Che ne pensa di questa frase dell’economista britannico Keynes? Secondo Lei, davvero, non esiste alternativa al capitalismo nelle società occidentali?

«Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non mantiene le promesse. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi.»

R: Sì, come spiegavo anche nelle risposte precedenti, sono convinto che il capitalismo non sia una via di uscita possibile, non è semplice ma bisogna ripensarsi, bisogna saper decrescere per crescere direbbe Serge Latouche, la via di uscita è in un ripensamento politico, ecologico e sociale.

 “Contro la gerarchia e il dominio” è stata una piacevole scoperta. Il saggio di Andrea Staid è più attuale che mai e la sua importanza, secondo me, è rappresentata dalla prospettiva che offre: la certezza che, se ne siamo coscienti, esista un’alternativa, una possibilità di miglioramento della qualità della vita in Occidente. Per questo, non posso che invitarvi a guardare alle società senza Stato come ad un’occasione per mettere in discussione il nostro modus vivendi e il modo in cui concepiamo e abbiamo organizzato la società statuale.

Ringrazio Andrea Staid per l’opportunità di confronto e Clarissa, dell’Ufficio Stampa di Meltemi, per aver moderato i contatti tra me e l’autore.

Naty-

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